In questa sezione potrai trovare racconti e biografie di chi ha fatto la storia del mondo a due ruote

Buona lettura!!

27/03/2017, 17:54



Claudio-Federici-e-il-Nazioni-‘99


 L’Italia del cross sul tetto del mondo



Un pomeriggio qualsiasi di marzo, il primo sole primaverile a scaldare l’aria, la tranquillità di un anonimo bar di periferia. Seduto davanti a una tazzina di caffè, Claudio Federici si sta godendo una breve pausa tra un turno e l’altro degli allenamenti della sua scuola di motocross. È la situazione ideale per farsi raccontare una storia, forse la più bella che un motocrossista italiano possa sentire: quella del Motocross delle Nazioni 1999. 

Insieme ad Andrea Bartolini e Alessio Chiodi, infatti, Federici è l’uomo che il 26 settembre 1999 entrò nella leggenda, portando l’Italia in cima alla gara di motocross più prestigiosa in assoluto per la prima volta nella storia.

Il Motocross delle Nazioni 1999 si corse in Brasile, sulla pista di Indaiatuba. L’Italia ci arrivava con un autentico squadrone, forte di due campioni del mondo (Bartolini in 500 e Chiodi in 125) e un vice (Federici in 125). Lo stesso terzetto aveva concluso al secondo posto nell’edizione 1997, in Belgio, ma stavolta i nostri sembravano ancora più forti e maturi.

"I pronostici ci davano per grandi favoriti - inizia il suo racconto Federici - e in effetti, ripensandoci adesso, non è cosa da tutti presentarsi con due campioni del mondo e un vice; inoltre avevamo già fatto molto bene due anni prima con lo stesso trio, quindi sapevamo di avere del potenziale. Però, mentre da fuori tutti erano convinti di vincere, noi piloti non ne eravamo così sicuri. Sembra assurdo dirlo, ma c’erano talmente tanti avversari forti che non pensavamo di riuscire a batterli tutti."
I più temuti? Come al solito gli americani, che schieravano Carmichael in 125, Windham in 250 e LaRocco (con un’altra 250) nella Open. Ma anche i francesi facevano letteralmente paura, con Vuillemin, Tortelli e Bolley; e poi c’erano i belgi, campioni in carica, che avevano due garanzie assolute come Everts e Smets e il terzo pilota, Caps, che aveva già vinto con la squadra dell’anno prima. Insomma, la crema del motocross mondiale c’era tutta (mancavano solo i sudafricani e i neozelandesi) e vincere, anche con una squadra formidabile come la nostra, non era per niente facile.

In casa Italia, per non caricare di eccessiva pressione il team, si adottò un piccolo espediente "scacciapensieri": ognuno doveva concentrarsi esclusivamente a fare il massimo possibile. D’altronde, in una gara come il Nazioni, la classifica si può stravolgere completamente da un momento all’altro, quindi fare calcoli troppo presto non sarebbe servito. A tenere vive le motivazioni della squadra ci pensavano le ambizioni personali di ciascun pilota e Federici non ne fa mistero: "Avevamo tutti e tre degli obiettivi personali. Chiodi aveva il confronto con Carmichael per il migliore in 125. Bartolini voleva dimostrarsi campione davanti a tutti i top rider, compreso Everts e gli altri della 250. Io, invece, ero curioso di vedere a che livello ero rispetto agli americani LaRocco e Windham."

Dei tre azzurri, Claudio era quello che partiva più svantaggiato, visto che per lui quel Nazioni fu il debutto assoluto su una 250."Fu una scommessa, perché non conoscevo assolutamente la 250. In quell’anno mi giocai il titolo della 125 fino all’ultima gara, quindi non potevo rischiare facendo dei test con una moto diversa durante il campionato; di fatto, provai la moto in Brasile." E perché, allora, questo salto nel buio con la 250? "Perché uno tra me e Chiodi doveva correrci per forza. Naturalmente avrei preferito fare la gara con la mia 125, però avevo già deciso di passare di categoria l’anno successivo, e poi fisicamente ero più adatto alla 250 rispetto a Chicco, quindi alla fine ci corsi io."

Mentalità di squadra. Ma i rapporti all’interno della tenda azzurra com’erano? "Non eravamo amici nel vero senso della parola: avevamo tre caratteri completamente differenti ed era difficile trovare dei punti d’incontro fuori dalla pista. Però c’è sempre stato enorme rispetto tra noi; ad esempio io e Chiodi siamo stati rivali per tanti anni, ma senza mai avere screzi personali. Personalmente avevo un feeling migliore con Bartolini, che è più simile a me come personalità, mentre Chicco è sempre stato un po’ più chiuso."

Arrivata in Brasile, la spedizione italiana trovò una pista di Indaiatuba che i piloti del mondiale 125 conoscevano già, avendoci corso un Gran Premio pochi mesi prima. Per Federici, almeno questo era un piccolo vantaggio. "Era una pista in falsopiano, abbastanza stretta e priva di punti particolarmente difficili. Se devo dirla tutta, non era un granché. Però bagnarono e fresarono parecchio, così il terreno si scavò e divenne molto impegnativo." E l’ambiente esterno? "Tanto pubblico, tanto entusiasmo, ma scordatevi le storie mirabolanti che si sentono sempre sul Brasile. Io tutte ’ste bellezze non le ho mica viste..."

La leggenda narra che Corrado Maddii consumò interi serbatoi di benzina per mettere a punto la carburazione della Husqvarna 125 di Chiodi. "È vero - conferma Claudio - ma con le moto a due tempi, in particolare le 125, era una cosa normale. Ad ogni Gran Premio Maddii e De Carli passavano tutto il venerdì nel pistino di prova a regolare gli spilli e le aperture: loro toccavano qualcosa, noi piloti provavamo. E bisognava stare lì per ore e ore, perché tra il mattino e il pomeriggio cambiavano le condizioni climatiche, quindi se prima andava bene una certa carburazione, dopo ne andava meglio un’altra. E poi a Indaiatuba c’era anche tanta umidità, quindi il lavoro era ancora più delicato." 

E si arrivò, dunque, alla gara vera e propria. L’Italia concluse le batterie di qualifica al secondo posto, dietro agli americani e davanti ai francesi; col Belgio qualificato d’ufficio in quanto campione in carica, i grandi favoriti erano già tutti lì.

Il cambio di passo della squadra azzurra arrivò alla domenica. Nella prima manche Bartolini fece un capolavoro, vincendo nettamente davanti a Smets, mentre Chiodi fu il secondo delle 125, in undicesima posizione assoluta. In virtù di questi risultati, l’Italia balzò subito in testa alla classifica provvisoria, con un vantaggio di 4 punti sulla Francia; male gli Stati Uniti e il Belgio, messi in crisi dalle cattive prove di Carmichael e Caps.

Claudio Federici entrò in azione nella seconda manche, quella riservata a 250 e 125. In pista con lui, mostri sacri come Everts, Tortelli, Windham e un primato in classifica che traballava. "In realtà, alla partenza della seconda manche non sentivo addosso nessuna pressione, perché correvo con una moto che non conoscevo e dovevo solo cercare di fare il meglio possibile. Inoltre mancavano ancora due gare e c’erano talmente tanti piloti in grado di ribaltare il risultato che non era proprio il caso di fare calcoli."
Anche grazie a questo approccio "easy", Claudio concluse la prima gara della sua carriera in 250 al sesto posto, subito dietro a un big della categoria come Beirer. Grazie anche all’eccezionale prova di Chiodi, ottavo assoluto e primo delle 125, l’Italia uscì da questa manche sulla carta difficilissima con il vantaggio addirittura aumentato: i francesi, infatti, pagavano un gran volo di Tortelli; gli americani erano ormai fuori dai giochi per il ritiro di Carmichael; i belgi facevano i conti con un disastroso Caps ed erano terzi. Punteggio prima dell’ultima manche: Italia 15, Olanda 21, Belgio 22; Francia e USA più staccate a 29 e 34.

Era già successo che l’Italia fosse in corsa per la vittoria del Motocross delle Nazioni, ma stavolta era qualcosa in più. Stavolta gli azzurri avevano un calcio di rigore da battere e il pallone cominciava a scottare terribilmente. "Fino a quel momento- ricorda Federici -eravamo andati avanti con l’idea di non pensare ai punteggi, ma ormai eravamo arrivati alla resa dei conti, il sogno si stava avverando e cominciò a montare l’ansia intorno a noi: gli addetti della Federazione facevano i calcoli, i meccanici venivano istruiti su come darci le segnalazioni, le moto venivano controllate nei minimi dettagli. C’era un clima incredibile, anche perché i team dei tre piloti avevano cominciato a lavorare come una squadra sola, ma per fortuna io e Andrea riuscimmo a tenere il sangue freddo."

Al cancello della terza manche Bartolini scattò come un siluro davanti a Smets ed Everts, i due avversari più temibili, mentre Federici si faceva largo poco più indietro. Dopo alcuni giri, Smets fu costretto a fermarsi per un inconveniente tecnico, firmando la resa definitiva del Belgio. Considerando anche gli olandesi invischiati nelle retrovie, l’Italia aveva ormai la vittoria in pugno e dai box i meccanici invitavano i piloti alla calma, ma Andrea e Claudio erano in stato di grazia: l’imolese ingaggiò un duello strepitoso con Everts, non risparmiando qualche bella entrata prima di desistere e accodarsi; il "Giaguaro", invece, lottò a lungo con Tortelli e si mise dietro i due americani LaRocco e Windham. Alla fine i nostri tagliarono il traguardo in seconda e quinta posizione, coronando un’impresa leggendaria.

Federici rivive quella storica manche con trasporto, mimando i gesti e le manovre, quasi come se fosse ancora in sella. "Avevamo sviluppato un sistema di segnalazioni accuratissimo e ad ogni giro, quando passavo davanti alla pit lane, sapevo esattamente quello che dovevo fare. A un certo punto mi scrissero che avevamo vinto, bastava mantenere la posizione, e lì mi caricai ancora di più. Avevo dietro LaRocco, avrei potuto anche rallentare e farlo passare, ma mi ero messo in testa che dovevo batterlo e corsi fino alla fine con quest’obiettivo, sicuro che ci sarei riuscito. Era incredibile passare davanti ai box e vedere tutti i meccanici, compresi quelli di Andrea e Chicco, che si sbracciavano per farmi il tifo: è forse il ricordo più bello che conservo di quella gara."

Al traguardo finale l’Italia, con 22 punti, precedeva nettamente la Francia (36) e il Belgio (47). L’apoteosi azzurra, in realtà, almeno all’inizio, fu festeggiata in maniera molto compassata. "Rientrati in albergo - racconta Federici - si fece la tradizionale cena con tutto il gruppo della FMI e si brindò con lo spumante. L’hotel era lussuoso, c’era una veranda con la piscina e quella sera facevano un po’ di musica tipo pianobar. Una cosa tranquillissima." Poi, il delirio."La situazione degenerò quando ci raggiunsero i componenti delle altre squadre nazionali, che soggiornavano quasi tutte nel nostro stesso albergo. 
Cominciammo a bere insieme e la festa partì da sola: dopo un po’c’erano solo camicie strappate e gente che si buttava in piscina.Chiodi era rientrato in camera; andammo a prenderlo io, Bartolini, Everts e Smets e lo portammo di forza con noi."

Tra le varie storie più o meno incredibili di quella serata, Claudio racconta quella con Mitch Payton, il celebre boss paraplegico della Pro Circuit, che all’epoca seguiva Carmichael. "Anche lui era abbastanza in là coi drink e mi dava continuamente delle gran pacche sulle spalle per farmi i complimenti. Io all’inizio lo ringraziavo, ma lui mi stava demolendo a forza di schiaffoni, così alla fine decisi di vendicarmi: mi misi d’accordo con Chicco e Andrea e lo spinsi con tutta la sedia a rotelle fino a dentro la piscina, mentre gli altri due lo prendevano al volo. Recentemente ho letto in una sua intervista che sono uno dei piloti italiani che lo hanno impressionato di più... Sarà stato per quello scherzo?"

La vittoria dell’Italia al Motocross delle Nazioni fu replicata nel 2002 da Bartolini, Chiodi e Puzar, ma quella fu un’edizione segnata dalle assenze di tutti i piloti migliori e il successo azzurro passò un po’ in cavalleria. Il 1999 rimane ancora oggi l’anno di grazia del nostro cross, ineguagliato anche nei tempi migliori di Cairoli e Philippaerts. Il pensiero alla vittoria sfumata a Franciacorta 2009 è d’obbligo. "Nelle gare di un giorno come il Nazioni, il segreto è non fare errori - confessa Federici - e il fatto di aver corso dall’altra parte del mondo ci aiutò a tenere a bada la pressione. A Franciacorta, invece, i nostri erano davanti al loro pubblico, che da un lato li ha esaltati, dall’altro ha messo loro ancora più pressione. Ma il problema principale è che in quell’occasione l’Italia fu molto sfortunata."


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