In questa sezione potrai trovare racconti e biografie di chi ha fatto la storia del mondo a due ruote

Buona lettura!

31/05/2018, 00:11



David-Philippaerts,-10-anni-dopo


 Il racconto del titolo mondiale 2008



Il prossimo 14settembre saranno dieci anni esatti dal giorno in cui DavidPhilippaerts diventava il primo italiano a vincere il titolo iridatodella MX1.

Un’impresa percerti versi inattesa, quella del 2008, che portò David a scavalcaresorprendentemente le gerarchie del motocross mondiale, fino adarrivare al coronamento di un obiettivo che, appena quattro anniprima, appariva poco più di un miraggio indefinito. 

In quellastagione Philippaerts corse con la Yamaha del team Rinaldi, a cui eraapprodato dopo aver lasciato la KTM ufficiale. "Non è che mitrovassi male in KTM - spiega David - ma avevo delle visioni moltodiverse da quelle di Stefan Everts, che nel 2007 era diventato ilmanager della squadra. Così, quando arrivò la proposta della Yamahaper il 2008, accettai senza nemmeno guardare il contratto. Ancheperché il team Rinaldi era uno dei miei sogni fin da quando erobambino". 

Arrivavi inuna squadra dove c’era già Joshua Coppins che partiva per vincere.C’erano delle gerarchie all’interno del team? 
"Sì,quando firmai il contratto mi era stato detto chiaramente che sareistato la seconda guida della squadra. Però, dopo le prime gare, cieravamo ritrovati con le posizioni invertite rispetto ai piani: ioero in testa alla classifica, mentre Coppins aveva fatto degli errorie si trovava più indietro. Da quel momento Rinaldi disse che non cisarebbero più stati ordini di scuderia e che ci saremmo giocati lenostre chance alla pari". 

Come nacque laconvinzione di poter vincere il mondiale? 
"Nacque giornoper giorno, senza fare troppi programmi. Col passare delle garevedevo che andavo forte in tutte le piste e che non facevo errori.Non vincevo molti gran premi, ma ero il più costante al vertice". 

Non mancaronole giornate dure: in Francia, dove una serie di problemi ti feceraccogliere appena 8 punti, e in Belgio, dove perdesti la tabellarossa. Quale fu il momento peggiore? 
"Senza dubbio inFrancia, perché mi ero dovuto ritirare non per colpa mia: mi siruppe la pedana poggiapiedi in un contatto con Desalle, che tral’altro era doppiato. In Belgio fu una giornata difficile, è vero,ma col senno di poi la ritengo una fortuna, perché tutto il teamcapì che era il momento di rimboccarsi le maniche e non cullarsisugli allori. Dopo quella gara arrivarono delle novità tecniche dicui avevamo bisogno e tornai subito competitivo, vincendo già ladomenica successiva, in Repubblica Ceca". 

Si dice che,oltre alla moto, a fare un salto di qualità in quei giorni era stataanche la tua testa. 
"Non è così, io quell’anno ditesta c’ero sempre stato. La questione era puramente tecnica,perché la concorrenza era migliorata gara dopo gara, mentre noi nonstavamo lavorando nella maniera giusta e avevamo perso terreno,soprattutto sul piano del motore. A Loket arrivò un nuovo motore ela moto tornò a funzionare a meraviglia". 

Fu quello ilmomento decisivo della stagione? 
"Sicuramente la vittoriain Repubblica Ceca fu importantissima, ma secondo me il momentodecisivo della stagione fu in Olanda. Era il penultimo gran premio etutti si aspettavano un attacco di Ramon e De Dycker, che erano imiei avversari principali nella corsa al titolo ed erano duespecialisti della sabbia. Invece mi difesi benissimo e addiritturaguadagnai una decina di punti su Ramon, lasciandone soltanto 2 a DeDycker. Questo mi permise di arrivare all’ultima gara, a Faenza,con un vantaggio prezioso e con la convinzione di aver superatol’ostacolo più duro". 

Eppure quellaseconda manche di Faenza sembrava davvero non finire mai... 
"Sì,perché ormai mi bastava semplicemente arrivare a punti, dovevosoltanto stare alla larga dai guai. Eravamo in Italia, con un pilotaitaliano e un team italiano in testa al mondiale, quindi tutto ilpubblico era lì per me. Io non mi ero mai ritrovato in quellasituazione e sicuramente la pressione c’era". 

La pressionedi tutta quella gente a bordo pista che aspettava solo di festeggiareti ha messo in crisi o ti ha esaltato? 
"Tutte e due lecose. Come ho detto, la pressione c’era e si sentiva. Però incerte situazioni io mi caricavo a mille: vedere il pubblico a strettocontatto, sentire il calore e la passione, mi dava adrenalina e mifaceva rendere al meglio. Un altro esempio di gare di quel tipo fu ilNazioni di Franciacorta". 

Tra i tuoirivali di quell’anno, temevi di più Ramon o De Dycker? 
"Ramon,perché era il campione in carica, faceva meno errori e tecnicamenteera di un livello nettamente superiore". 

È vero chedurante le prove lo spiavate tutti per capire le traiettoriemigliori?
"Verissimo. Ramon era l’unico pilota al mondoche faceva traiettorie completamente differenti e andava forte lostesso. Lui si stancava la metà degli altri, perché riusciva aevitare le buche. Era un mix straordinario di tecnica di guida eintelligenza". 

Dopo la gioiadel titolo, avrai sicuramente ripensato a tutti i sacrifici fatti perarrivare fin lì. Quattro anni prima, nel 2004, eri addirittura sulpunto di abbandonare il mondiale. Cosa successe in quell’arco ditempo? 
"Semplicemente decisi di cambiare vita. Prima eroun ragazzino di vent’anni che voleva correre, ma anche divertirsicon le ragazze e tutte le distrazioni tipiche di quell’età. Nel2005 ci fu una rivoluzione: andai a vivere da un’altra parte, mipresi una casa in Belgio per allenarmi di più là e cambiai stile divita. Grazie a quello sono cresciuto mentalmente e fisicamente. Fudecisivo anche l’arrivo di Alice, la mia ex compagna, che iniziò aseguirmi in tutto quello che facevo, compresi gli allenamenti. Avereuna presenza costante al mio fianco mi aiutò molto". 

E così seiriuscito a prendere l’ultimo treno utile per la tua carriera. 
"Nel2005 l’accordo con il team Errevi prevedeva di fare le prime garedel mondiale con la 125 due tempi, per poi sederci a tavolino evalutare se proseguire o no. Dopo cinque gran premi ero andato cosìbene che la KTM arrivò a offrirmi la moto ufficiale rimasta fermaper un infortunio di Rattray. Da lì è partito il treno che mi haportato fino al titolo mondiale". 

Se nel 2009non fosse arrivato Cairoli a dominare la scena della MX1, avrestipotuto vincere ancora? 
"Non credo. Se non fosse arrivatoTony, magari ci sarebbe stato qualcun altro al posto suo". 

Cosasignifica? 
"Sono convinto che avrei potuto vincere iltitolo anche nel 2009 e nel 2010, ma non successe per demeriti miei edel team. Nel 2009 pagai un po’ di appagamento per il titolodell’anno prima, mentre nel 2010 facemmo un sacco di errori tecnicicon la squadra e la Yamaha". 

Era il primo anno della Yzf con motore rovesciato.  
"Unamoto strana, che riuscivo a guidare bene solo io. A fine 2009, almomento di fare le scelte tecniche col team per l’anno successivo,prendemmo delle strade sbagliate. In più la moto nuova arrivò soloa gennaio, con tutti i ritardi che ne conseguirono nel lavoro dimessa a punto. Riuscimmo comunque a mantenerci sempre al vertice echiudere il campionato al terzo posto, ma forse si sarebbe potutofare anche di più". 

Alla fine deigiochi, sei soddisfatto della tua carriera?  
"Sì. Sonoriuscito a vincere un titolo mondiale e le uniche recriminazioni conla sfortuna le ho per le stagioni 2011 e 2012, in cui mi ruppientrambi i polsi per due volte consecutive. Prima di quegliincidenti, ero ancora un pilota d’alta classifica; magari non datitolo, ma sicuramente in grado di vincere dei gran premi e lottaresempre per il podio". 

AlessandroCastellani
14/05/2018, 23:01



Rossi-vs-Biaggi


 Scontro totale



La rivalità cheha portato il motociclismo sulle prime pagine dei giornali. Quellotra Max Biaggi e Valentino Rossi è stato uno scontro generazionale,caratteriale e geografico, oltre che sportivo. Uno scontro dentro efuori dalla pista, così totale da catalizzare come mai prima diallora l’attenzione della gente sul motociclismo.

GLI INIZI 
Tutto comincia ametà degli anni ’90, quando sulla scena del motomondiale irrompeMassimiliano Biaggi. Massimiliano, per tutti Max, viene da Roma e hainiziato a correre per caso (il suo sport originario è il calcio),quindi è distante come mentalità e retroterra dalla Romagna, cuorestorico del motociclismo italiano. Tuttavia può contare su untalento superiore, una personalità fortissima e un carisma naturale. 

Grazie a questedoti, Biaggi diventa il pilota più vincente della storia dellaclasse 250 e un personaggio del jet set. Parlano di lui non solo imedia di settore, ma anche gli amanti del gossip, a cui Max è notoper le numerose apparizioni in tv e per le frequentazioni con modellee starlette. 

Al culmine dellapopolarità, però, Biaggi si vede rompere le uova nel paniere da unragazzotto di provincia con la faccia da paraculo e il manico delfenomeno. Lui sì, romagnolo fino al midollo (sebbene "politicamente"marchigiano) e nato con le moto dentro casa, visto che il padre hacorso nel mondiale. All’esatto contrario di Biaggi, Valentino Rossisi presenta come un guascone scanzonato che vive tutto conleggerezza. Ma proprio come Max, anche lui fa sognare i tifosi convittorie a ripetizione. 

La rivalità èpresto servita. I media non vedono l’ora di giocarci sopra e Rossili aiuta ad alimentare il fuoco. Ancora prima di sfidarlo in pista,si lancia in una serie di frecciate abbastanza palesi verso lasuperstar Biaggi. La prima e più eclatante è la bambola "ClaudiaSchiffer", con cui Valentino, dopo la vittoria al Mugello nel 1997,ironizza sul chiacchierato flirt tra Max e Naomi Campbell. 

Il pubblicoitaliano si divide, anche se Rossi, coi suoi modi pane e salame e legag a ogni vittoria, attira simpatie più facilmente rispetto aBiaggi, soprattutto fra i giovani. Chi li conosce, giura che i duenon sono così diversi come sembra, ma è Valentino quello che bucameglio lo schermo. 

Dopo lescaramucce verbali, lo scontro in pista comincia nel 2000, quandoRossi raggiunge Biaggi nella classe 500. Valentino ha la Hondaufficiale e la squadra che fino all’anno prima erano state di MickDoohan, mentre Biaggi è con la Yamaha, perché nel 1998 si è messocontro proprio Doohan e per questo ha chiuso il rapporto con laHonda. 

Nella primastagione insieme Rossi finisce secondo e Biaggi terzo. La delusione ètutta per Max, che partiva come grande favorito e invece paga letroppe cadute.

LA GUERRA DEL2001 
Nel 2001 entrambii piloti partono per vincere e la situazione si fa subito esplosiva. 

Durante la primagara, a Suzuka, Biaggi chiude Rossi sull’erba in pieno rettilineo.Una manovra molto al limite del regolamento, a cui Valentino rispondepoco dopo con un sorpasso decisissimo, completato da un bel salutocol dito medio al rivale.

A Barcellona siva anche oltre. Dopo la gara, i due piloti e relativi entourageentrano a contatto sulla stretta scalinata che porta al podio. Ipresenti parlano di manate, spintoni e il casco di Rossi finito nonsi sa quanto volontariamente contro la faccia di Biaggi. Al pubblicorimane solo l’immaginazione accesa dal "che cazzo fai, idiota!"con cui Valentino interrompe l’intervista alla Rai per scagliarsicontro Max. 

Per quantoriguarda i risultati, la prima parte del campionato è tutta a favoredi Rossi, ma nelle gare successive Biaggi reagisce e recupera moltipunti. La svolta avviene a Brno: sulla sua pista preferita, Max vuolelanciare l’attacco decisivo al primato, ma Valentino accetta lasfida e resta caparbiamente a ruota del rivale, fino a quando questinon scivola, spalancandogli la porta della vittoria. 

Da quel momentoBiaggi getta la spugna, mentre Rossi prende il volo verso il titolo,con 6 successi nelle ultime 7 gare. 

LA MOTOGP E LEPOLEMICHE TECNICHE 
Nel 2002 ci siaspetta che la rivalità prosegua in sella alle MotoGP, le nuovemille a quattro tempi che prendono il posto delle 500 a miscela.Ancora Rossi con Honda e Biaggi con Yamaha. Stavolta, però, lasuperiorità della RC211V sulla M1 di Iwata appare troppo netta perun confronto vero. Valentino è il dominatore assoluto dellastagione, con 11 vittorie su 16 gran premi; Max è secondo e i suoi 2successi parziali sono gli unici che in tutta la stagione sfuggono aipiloti Honda.

Nonostante ledifficoltà in pista, Biaggi riesce lo stesso a tenere viva larivalità. Sia per il suo continuo ribadire il gap tecnico tra laYamaha e la Honda, sia per un episodio verificatosi a Donington. Dopoil traguardo inglese, Max sfiora a tutta velocità Rossi, che staprocedendo lentamente seduto sul serbatoio per festeggiare lavittoria. Una provocazione, a cui Valentino risponde con una bordatain diretta tv: "Biaggi è solito fare queste stronzate.Evidentemente gli tira il culo arrivare dietro tutte le domeniche!". 

A fine stagioneBiaggi lascia la Yamaha per la Honda. Vorrebbe competere alla paricon Rossi, ma la sua moto non è ufficiale e Max ben presto sosterràche il confronto col rivale non è ancora equo. 

Il campionato2003 si sviluppa nuovamente nel segno di Valentino. La sua supremaziaa tratti è imbarazzante: a Phillip Island, per esempio, riesce arecuperare una penalizzazione di 10 secondi e vincere la gara conaltri 5 di vantaggio. Biaggi subisce e viene battuto anche dalsorprendente Sete Gibernau. Ancora peggio va alla Yamaha, che, senzaMax, sprofonda letteralmente in classifica. 

2004, ROSSICHIUDE I CONTI 
Quando il mondocomincia a credere che solo con la Honda si possa vincere in MotoGP,Rossi stupisce tutti e annuncia il passaggio alla Yamaha. Una sceltarivoluzionaria, con cui Valentino accetta di mettere in discussionesé stesso, ma anche la HRC, che ha ritenuto di poter rinunciare alui nella convinzione che la moto faccia la differenza più delpilota. Ovviamente, sul piatto finisce anche la credibilità diBiaggi, rimasto fedele alla Honda e da sempre sostenitoredell’inferiorità tecnica della Yamaha. 

La prima gara delmondiale 2004 è in Sudafrica. Ancora una volta Rossi e Biaggi dannovita a un testa a testa che lascia il pubblico col fiato sospeso, maa spuntarla è nuovamente Valentino, che riesce nell’impresa divincere al debutto sulla nuova moto. 

Nella prima metàdella stagione il confronto è serratissimo. Al Sachsenring Biaggivince e si porta a solo 1 punto da Rossi. Ma a quel punto la stagionedi Max volta verso la disfatta: a Donington viene rallentato da unproblema al cambio, mentre sia all’Estoril che a Motegi si toccacon Capirossi ed è costretto al ritiro.Rossi scappa viae, dopo aver regolato anche Gibernau, si conferma campione. Unsuccesso che zittisce tutti: Valentino è il padrone indiscusso dellaMotoGP. 

In realtà Biagginon si dà ancora per vinto e trova un alleato prezioso nella Honda,l’altra grande sconfitta. Nel 2005 Max ottiene finalmente il postoche tanto invocava nel team interno HRC, ma il suo sogno si trasformain un incubo. Senza uomini di fiducia al suo seguito, il romanorovina subito i rapporti con la squadra e si perde tra delusioni epolemiche. Il tutto mentre Rossi veleggia beato verso il quintotitolo consecutivo. 

LA FINE 
Con la peggioreannata della sua carriera, Max Biaggi chiude amaramente l’avventurain MotoGP. A fine stagione, infatti, nessun team di vertice è piùdisposto a dargli una moto. Valentino Rossi, invece, continua la suaepopea fatta di vittorie leggendarie e rivalità asprissime fino aigiorni nostri. 

Smessi i panni di pilota, Biaggi ha smorzato i toni della polemicacon Rossi, inviando più volte messaggi distensivi e ricordandopositivamente le vecchie battaglie col rivale. I rapporti rimangonofreddi, sicuramente non li vedremo mai a cena allo stesso tavolino,ma il legame tra questi due piloti sarà comunque per sempreindissolubile, per via di quello che hanno portato insieme almotociclismo italiano. 
                                                                                              
AlessandroCastellani
31/03/2018, 21:45



Ve-lo-do-io-il-Supercross!


 Il racconto di Eugenio Paris a Indianapolis



Da quando avevo più o meno dodici anni e mi sintonizzavo sulla tv a orariimpossibili per sognare con le imprese di Ricky Carmichael, ho conservatodentro di me la consapevolezza che prima o poi sarei riuscito a vedere dal vivoil Supercross americano.


Ma cos’è il Supercross? Per chi non lo conosce, è il campionato piùprestigioso del mondo del fuoristrada; per un motocrossista, è semplicemente ILmito. Si corre su piste artificiali, realizzate nei principali stadi d’America,e a ogni gara si registra il tutto esaurito di pubblico. I piloti di puntaguadagnano milioni di dollari, tra ingaggi e bonus, e sono delle autentichestar.


Questo straordinario spettacolo incontra la mia vita in modo abbastanzafortuito nel 2018. Il 24 marzo il Supercross fa tappa al Lucas Oil Stadium diIndianapolis, a poco più di tre ore di macchina da Chicago, dove mi trovo perimpegni di lavoro. Non ci penso due volte, è un’occasione di quelle che nonricapitano. Carico della responsabilità di rappresentare Radio Rider nel mondo,noleggio una bella Hyundai Elantra rigorosamente automatica e decido di solcarei 330 km di campagne che separano la Windy City da Indianapolis per assistereall’evento.


Dopo una colazione consigliata dai dietisti a base di uova, pancakes e bacon,mi metto in marcia insieme al mio collega taiwanese, che ha accettato diaccompagnarmi, pur non conoscendo quasi nulla del motocross.


Partenza alle 11 di mattina. La tabella di marcia prevede di procederesenza forzare (noi di Radio Rider ce l’abbiamo come mantra), per trovarsi aIndianapolis verso le 15. Le prove sono in corso già dal mattino, ma le heatcominciano alle 19,30, quindi arriveremo allo stadio in tempo per goderci intranquillità gran parte dello show.


Inutile dire che le cose non vanno come previsto.


La prima sorpresa arriva dopo due ore di viaggio nelle desolate campagnedell’Indiana. Con l’adrenalina a mille per l’evento, non abbiamo considerato unpiccolo particolare: tra l’Illinois e l’Indiana il fuso orario scatta un’oraavanti. Così, senza fare assolutamente nulla, abbiamo già bruciato un’ora ditempo. 

“Non è la fine del mondo. Stringendo i tempi, possiamo comunque farcela perle 15”. Mentre ci ripetiamo queste frasi di autoconvincimento, sul parabrezzacomincia a poggiarsi qualche leggero fiocco di neve. Passano pochi chilometri esiamo nel mezzo di un’autentica tormenta: il telegiornale del giorno dopo diràche a Indianapolis non si vedeva una bufera simile da almeno sei anni!

Con 20 cm di neve fresca sull’asfalto, impieghiamo quasi due ore apercorrere gli ultimi 30 km che ci separano dalla meta, ma nulla al mondo potràfarmi desistere proprio adesso che sono a un passo dal mio sogno.


Lungo la strada troviamo diversi ingorghi causati dagli incidenti, per cuidobbiamo aumentare ulteriormente la cautela per schivare gli automobilisti piùin difficoltà. È incredibile: a Indianapolis, la capitale mondiale del racing,un italiano e un taiwanese (lui, in realtà, un pochino a disagio lo è…) sipermettono di dare pesanti lezioni di guida sulla neve ai padroni di casa!


Arriviamo al Lucas Oil Stadium che sono quasi le 17, quindi con due ore diritardo sulla tabella di marcia. Ci siamo persi le prove, ma siamo riusciti aentrare in tempo per le gare e, viste le condizioni del viaggio, è già ungrande successo.


Lo stadio, casa della squadra di football degli Indianapolis Colts, ospita70.000 persone ed è pieno come un uovo. Tutti in piedi per l’inno nazionale,cantato in un rigoroso silenzio del pubblico, e siamo pronti per iniziare.


Il colorato spettacolo pirotecnico mostra chicche di finezza, come leragazze della Monster, che si dilettano con un lanciafiamme al centro dellapista. I piloti vengono presentati uno a uno nella cerimonia iniziale e questo cipermette di capire i sentimenti dei tifosi locali nei loro confronti. Nonsorprende che il più applaudito sia una leggenda come Chad Reed, o che leragazzine impazziscano per Aaron Plessinger e i suoi occhi azzurri. Ciò che nonriusciamo a capire sono i fischi in direzione del capoclassifica Jason Anderson,contrapposti agli applausi scroscianti per Eli Tomac e Cooper Webb. Sicuramenteci manca qualche pezzo del discorso, comunque sia de gustibus non disputandum est.


Nelle batterie di qualificazione i piloti partono senza nemmeno fare ilgiro di ricognizione e si danno battaglia da subito con sorpassi e block passdurissimi, su un circuito ben più stretto di quanto non sembri in tv.


Nei pochi minuti di pausa tra una manche e l’altra, l’atmosfera vienetenuta calda con giochi a premi che coinvolgono gli spettatori, nonché il KTMJunior Supercross Challenge, che manda in pista bambini di 7-8 anni su moto da50 cc. Segnatevi due nomi: Mikey Sandidge e Grayson Townsend. Hanno saputoinfiammare il pubblico dandosi battaglia senza riserve, terminandorispettivamente primo e secondo dopo una caduta di Townsend sulle whoops. Finitala gara, mi fermo un attimo a pensare a cosa sarebbe passato per la testa a me,se mi avessero messo a girare in una pista da supercross, davanti a 70.000persone, all’età di soli 7 anni. 


Ma non c’è troppo tempo di riflettere. Tra batterie e intermezzi il ritmo èdavvero forsennato, anche perché tutto il programma di gare (otto in totale)deve chiudersi in poco più di tre ore. Oltre a essere una prova di campionatomondiale, un evento del Supercross è soprattutto un grande spettacolo diintrattenimento, che fa sembrare le tre ore, purtroppo per noi, un battito diciglia.


Alla partenza del main event della 450, lo stadio trema fra il boato dellafolla e il rombo dei motori. Quest’ultimo, data la dimensione ridotta dellapista e l’ambiente chiuso, è abbastanza forte da coprire del tutto la voce dellospeaker a bordo pista, che quindi si sgola inutilmente. Agli americani, e forseanche a noi, piace così. 


Marvin Musquin, che aveva impressionato già dalla heat di qualifica, dà ilsuo meglio nella finale. Complice anche la pista che si deteriora con facilità,il francese guida in maniera differente da tutti gli altri e sembra danzare trale buche e gli ostacoli di Indianapolis. La differenza di stile con i piùirruenti Tomac e Anderson, già evidente guardando le gare in tv, si fa ancorapiù marcata dal vivo. Musquin trova un paio di linee che gli permettono diessere veloce senza rischiare l’osso del collo; al contrario, Tomac guida allimite per stargli vicino ed è l’unico a fare due tripli di fila nella sezioneritmica prima delle whoops.


Dopo pochi giri arriva l’errore: Tomac atterra corto nel primo dei duetripli e finisce rovinosamente a terra, proprio davanti ai nostri occhi. PerMusquin il resto della gara è una passerella verso una vittoria strameritata.Ma a emozionare è anche Anderson, che, con la sua rimonta dopo la caduta al via,conferma di non essere in testa al campionato per caso. 


La sensazione con la quale si torna a casa dopo il Supercross è quella diavere assistito non solo a una gara, ma a una grande esibizione, uno spettacolodi gladiatori. È uno show meno “pane e salame” rispetto agli outdoor, a cui noieuropei siamo abituati, ma il tipo di tracciati e il format di gara fanno siche i piloti guidino in maniera estremamente aggressiva, sempre al limite. Perchi si gode l’evento dagli spalti, è un concentrato d’emozioni da pelle d’oca.E non solo per me, che sono un appassionato di lunga data, ma anche per chi nonsegue il motocross: il mio collega taiwanese, per esempio, è tornato a casagasatissimo.


Dopo la gara ci vuole più di un’ora per uscire dal parcheggio dello stadio,con la nostra Hyundai stretta in un mare di pick-up e jeep esagerate. Quando cirimettiamo in strada la neve non c’è quasi più: non ha resistito nemmeno lei alcalore del Supercross.  

Eugenio Paris


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